Riuscire a costruire arte

La follia nella sua matrice originaria è un grande insieme di sesso e di violenza. È una affermazione profondamente vera anche se può sembrare generica.

In ogni disagio grave c’è stata una violenza subita, c’è stata una violenza percepita, ci sono state delle esperienze traumatiche che alle volte possono essere definite oggettivamente tali e altre volte no, ma rimangono traumatiche per l’individuo che le ha vissute. Il trauma è un fatto soggettivo e la nostra psiche è il prodotto dinamico di una percezione e di un’esperienza soggettiva. Le persone che soffrono di disturbi mentali impegnativi, mi riferisco alle patologie psicotiche, hanno impresso nel loro corpo psichico una serie di traumi che si sono accumulati e stratificati fino a manifestarsi in una situazione esplosiva, non più contenuta. Succede che queste persone comincino a delirare, a costruire deliri più o meno organizzati, a ritirarsi in se stessi da se stessi. Sono ritiri che per quanto possano essere deliranti, emarginativi, cercano di mantenere un senso, il desiderio di un senso che è stato falcidiato nella storia della loro esistenza. Il ritiro psicotico è un ritiro di difesa dal mondo sociale, pubblico, anche privato, familiare, che è il luogo privilegiato del senso umano riguardo al quale ciascuno di noi deve confrontarsi.

 

In molti SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) o in Comunità residenziali psichiatriche ci sono poeti, persone che scrivono racconti, gente che dipinge e costruisce oggetti, individui che creano. Ciascuno di questi lavori è utile, l’intera dimensione creativa è utile e funzionale al benessere di coloro che la sperimentano, alle volte è indispensabile alla loro stessa vita perché supplisce e supporta esistenze disgregate, vuoti interiori, orizzonti desertici. La funzionalità terapeutica e di cura è la cosa fondamentale ma ciò non comporta però che tale dimensione terapeutica diventi o sia una dimensione artistica.


Sono molti gli artisti, i poeti, riconosciuti dal mondo intero che hanno dato di “matto” e che hanno subito in passato elettroshock, ricoveri più o meno lunghi in case di cura per malattie mentali. Le loro opere sono frutto e conseguenza della loro personalità.
Che cosa però differenzia un quadro di Francis Bacon, che aveva qualche problema di testa, da un’opera di una delle tante persone ricoverate nei servizi psichiatrici che dipinge cercando di disegnare sulla tela la frantumazione che ha dentro?
La differenza è nel riuscire a costruire arte. Bacon crea un’opera d’arte, pur essendo interiormente molto frantumato e percependo la disgregazione della sua anima, riesce sulla tela a renderla visibile, rende visibile ciò che per natura non è visibile. Il talento artistico non riguarda la follia, non conosciamo ancora che cosa sia un talento ma di certo la follia nella sua caoticità non esprime creatività, la follia è una grande normalità delirante. Il delirio è sì creativo ma è nel medesimo tempo molto ripetitivo e coatto. Il delirio di D.P. Schreber, uno dei grandi deliri riconosciuti dalla storia della psichiatria, è affascinante per la sua ricchezza rappresentativa e per la sua immaginificazione, ma è al contempo una grande ragnatela in cui il “delirante” è invischiato.
La follia è fissazione, coazione, disperazione silenziosa e chiassosa.
Si fa arte quando ci si libera da stessi e dalla propria condizione di sapere quel che siamo. L’arte è una grande elaborazione della nostra vita interiore.