Trauma e psicosi - Arteterapia parte seconda

accademia albertina 01

Trascrizione del seminario sull'arteterapia tenuto dal dott. Giovanni Castaldi presso l'Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, primavera 2009.

Parte Seconda

 

- Trauma e psicosi -

Parliamo della definizione di arteterapia. Vi ho letto dieci righe di Francis Bacon sul concetto di apparenza. Bacon dice che ogni generazione reinventa l’apparenza e mi permetterei di dire che ogni persona, anche se è una persona in una condizione di assoluta alienazione mentale, reinventa una configurazione psichica, reinventa qualcosa che può essere nell’ordine del suo essere.

L’arteterapia esattamente come l'arte rende visibile ciò che non lo è. Rende visibile quel che non è visibile e dà forma a quel contenuto interno, interiore della persona, nella sua dimensione emotiva e affettiva.

 

Qual'è la dimensione di un contenuto affettivo ed emotivo? Può essere corporea, somatica, sono emozionato e sudo oppure ho le palpitazioni. C’è un effetto somatico che riguarda il corpo che non dice nulla però dell'emozione che provo. Sudo, ho il cuore che scoppia, a quale emozione si riferisce? Paura, gioia, dolore, rabbia, amore, etc. Bisogna provare a dare un nome, a nominare e a definire le emozioni che il mio corpo rappresenta cosi bene.

Nella misura in cui indico con la parola qualcosa che percepisco, definisco una connotazione che è anche una denotazione, per certi aspetti è un fermo immagine. Il fermo immagine è una dimensione di forma simbolica, è una simbolizzazione.

Dicevo stamattina che nelle psicosi gravi come possono esserlo le schizofrenie, le configurazioni pittoriche, scultoree, grafiche, per esempio quelle che vi sto proiettando, non sono delle rappresentazioni di qualcosa come invece possono esserlo per noi. Per il soggetto schizofrenico che configura visivamente questa cosa, la cosa non è una rappresentazione di se stesso ma è lui stesso. In questo essere la cosa che fa' sul foglio riesce a visualizzare per la prima volta se stesso come in una sorta di stadio dello specchio che nella evoluzione infantile si ha intorno ai sei mesi di vita e riguarda la prima dimensione di riconoscimento che il bimbo ha di sé attraverso la sua immagine corporea che viene riflessa nello specchio. L'altra fondamentale caratteristica della forma visiva è che oltre a vederla posso toccarla con le mie mani perché è una forma tangibile che ha uno spazio fisico sul foglio anche se non ha le proprietà dell'oggetto scultoreo.

È una forma in cui il paziente per la prima volta riesce a vedere qualcosa di se stesso perché comincia a esserci una minima relazione con il terapeuta, l'arteterapeuta, che è accanto a lui.

Avete quindi l' oggetto raffigurato, il paziente schizofrenico e voi. Siete in tre e nel rapporto tra uno e due, il tre fa mediazione. Il paziente può cominciare ad amare qualcosa che vede estraneo ed esterno a lui attraverso l’apprezzamento e la considerazione del terapeuta che riconosce, considera, apprezza e tocca la forma dell'oggetto raffigurato. Ciò che avviene è nello stesso registro logico di quel che accade a un bambino piccolo che vede qualcosa all’esterno della propria forma corporea e comincia a visualizzare e a toccare, realizzandolo come oggetto solo se qualcun altro lo riconosce come tale, amandolo e apprezzandolo o al limite anche rifiutandolo. Diventa un oggetto buono o cattivo, bello o brutto, amichevole o nemico, a seconda che l'altro lo indichi favorevolmente o meno. Lui ascolta, sente se c’è un legame di fiducia con l’altro, a poco a poco inizia il processo esperienziale di incontrare un altro e attraverso l'altro comincia ad avere qualche considerazione di se stesso.

Questo è il lentissimo processo che avviene in un lavoro di arteterapia con la schizofrenia o con una dimensione patologica ancora più grave come la catatonia che è una chiusura continua e incessante in se stessi in cui il mondo degli oggetti non c’è e dove ci sono situazioni più che altro allucinatorie; come se noi avessimo un corpo che non percepiamo oppure che percepiamo con delle gravi disgregazioni e differenziazioni interne, per cui un dolore allo stomaco può essere considerato dal paziente come un drago che lo ingloba e lo divora.

 

Tutti questi elementi li andremo a ritrovare in alcune dimensioni di disegni e di raffigurazioni che diventano dei simboli. Sono simboli molto primitivi a cui avevamo fatto riferimento con il quadro di Paul Klee, perché è un quadro per certi aspetti con una simbologia primitiva. Bisognerebbe parlare direttamente con Paul Klee per capire se ha usato appositamente questo linguaggio, mentre uno schizofrenico non usa un linguaggio di quel tipo, ma “è usato” da quella cosa, non decide lui di fare quella cosa,” è” in quella cosa ed è quindi in una grande dimensione simbolizzante.

 

Per tale motivo Benedetti parla di “ipertrofia simbolica” e cioè di immaginificazione simbolica. Generalmente le cause di una psicosi sono relative alla dimensione genetica, biologica, in una percentuale del 25/30 per cento e per la restante parte riguardano una dimensione microsociale e macrosociale; il microsociale corrisponde alla famiglia e il macrosociale alla società.

Una famiglia o anche una società strutturante e coercitiva nei sistemi educativi come ad esempio una società stalinista o nazista favorisce sicuramente una dimensione psicotizzante. Per esempio nella misura in cui una società è poco accogliente e molto selettiva. Selettiva perché costruisce delle velocissime logiche produttive a cui il soggetto deve adeguarsi per rispondere precisamente nel tempo che l’altro, la società, impone perché altrimenti viene buttato fuori, escluso, scartato. Questo è un soggetto a rischio di disgregazione se ha già una posizione biologica fragile. Sono le stesse fragilità che possono però produrre delle dimensioni inventive.

In un prossimo incontro commenteremo dei brani di un libro sulla creatività che parla di follia e d’immaginazione, dove si dice che la dimensione psicotica, nella sua variante che lui chiama “psicoticismo”, continua nelle generazioni perché è la stessa organizzazione genetica dell’uomo a non eliminarla in quanto è utile. L'autore afferma che lo psicoticismo è utile per la dimensione creativa o immaginativa perché consente all'uomo risultati soddisfacenti e funzionali alla vita. È più facile innamorarsi di un uomo o di una donna che sono un tantino creativi e inventivi rispetto a uomini e donne assolutamente burocratizzati e standardizzati, quelli che una volta venivano chiamati la “maggioranza silenziosa”. Il fatto che ci sia un aspetto seduttivo nell'essere inventivi determina che la parte immunitaria del sistema genetico non elimini il gene dello psicoticismo che continua a celebrarsi e a autoriprodursi. Tutto ciò dipende anche dalle società. Ci sono società in cui l’immaginazione serve a poco e ci sono società in cui serve di più.

 

Torniamo al quadro di Paul Klee dove c’è una simbologia nettamente religiosa (le croci). Questi temi li ritroviamo in disegni di persone schizofreniche, di psicotici gravi. Trovate angeli, demoni, crocefissi, maghi, trovate elementi che fanno parte di una immaginificazione simbolica dell’ordine del sovrannaturale che funzionano come oggetti generalmente persecutori. Finché sono introiettati, interni, senza nessuna forma, hanno in sé una carica esplosiva molto invasiva e deleteria per l'individuo. Quando noi cominciamo a fissarli su un foglio e ciò viene fatto ripetutamente è evidente che assumono una forma e possiamo toccarli e vederli. Il concetto di assumere una forma, fa sì che la persecuzione possa essere lentamente integrata. L’uomo non vive nell’armonia, l’uomo vive nella perpetua differenza da se stesso e perpetua differenza dall’altro. Ciò non significa che tale differenza debba essere assolutamente vista o percepita in termini negativi o persecutori, al contrario può essere integrata. In effetti il lavoro sulle psicosi è tutto sull'integrazione simbolica come il lavoro con i bambini.

 

L’arteterapia a chi serve? Per chi effettivamente ha un valore terapeutico?

È utile nelle psicosi gravi, nei disturbi di personalità, nei bambini (non perché sono disturbati ma perché sono ancora in evoluzione, perché comincia a esserci l’elemento di separazione e individuazione dell’oggetto) e nei soggetti traumatizzati che possono essere psicotici oppure soggetti con una struttura organizzativa normale che però hanno subito dei traumi, delle rotture psichiche nel loro percorso esistenziale.

I traumi sono proprio delle rotture, come se noi tagliassimo dei fili con una spada. I fili si interrompono e bisogna ricucire. Con quale materia e con quale filo è possibile ricucire ?

Attraverso la parola e la raffigurazione. In alcuni casi non si riesce a parlare e nemmeno a disegnare. Se un bambino è traumatizzato, perché è stato violentato, perché ha subito abusi sessuali dalla coppia genitoriale oppure dalla matrigna o dal patrigno, non lo viene a dire, magari lo dice dopo molti anni. Deve costruire una fiducia assoluta con voi e solo in seguito comincia a disegnare qualcosa. Non disegna la situazione o la scena traumatica. Si possono capire alcune cose rispetto a quello che lui disegna, ma sono disegni che sono lontani dalla scena primaria.

Il lavoro con le forme e le costruzioni, utilizzando anche i lego, producono codici simbolici che agiscono come dei farmaci.

 

La psicosi e il tempo” di Jean Oury:

«Avevo scritto alcune frasi di una schizofrenica che dopo numerosi trattamenti è stata seguita in analisi. Ha fatto progressi e si è in parte ristrutturata. Diceva circa un anno fa (non penso che si possa definire la psicosi come irrazionale e nemmeno specificare il suo dire a livello di disturbi sintattici). “Perché ho scelto la linea del futuro invece di prolungare i giorni del passato?”. E’ una frase che bisogna situare nella storia di questa giovane. C’è stata ultimamente un’altra schizofrenica estremamente intelligente, ma altrettanto schizofrenica. Passa per fasi alterne di angoscia insopportabile, suicida, non è ospedalizzata e ha la fortuna di essere molto dotata dal punto di vista artistico (eseguiva sculture). È seguita in analisi da un collega di Parigi, ma viene a trovarmi almeno una volta al mese e questo è indispensabile per mantenere una complementarietà e quindi dei legami che non siano solo a uno o due, ma anche a tre o a quattro. D’altra parte è sottoposta ad un trattamento farmacologico neurolettico intenso che non si può ancora ridurre nonostante la valida cooperazione. La vedevo il sabato. Sia lei sia i familiari avevano fatto un progetto: tutte le sue opere, le sculture, potevano essere raccolte in una esposizione a Parigi. Ma un progetto nell’esistenza di uno schizofrenico comporta dei problemi. È difficile dire ad uno schizofrenico: ”Si potrebbe pensare a un modo di reinserirla nella società”. Era uno degli argomenti della conversazione di quel sabato. Mi disse: ”Avevo preparato una cosa, una scultura, poi di mattina l’ho ridotta in frantumi” “Perché?”

A causa del progetto”. Dopo tutto ero felice di questa reazione perché ogni progetto è pericoloso. Ci sono persone ben intenzionate che guidate dal loro buon senso e con la mano sul cuore fanno progetti per gli altri. Era un buon segno che avesse ridotto in frantumi la scultura».

 

Oury aveva interpretato questa rottura dell’opera come una presa di consapevolezza del proprio desiderare. Nel senso che il progetto era un progetto dell’altro, anche se era un progetto bello e condivisibile, era un progetto che lei percepiva come di un altro e per questo non l’ha voluto e ha rotto l’opera e nella rottura dell’opera ha manifestato una propria identità. In questa situazione paradossalmente disgregativa dell’oggetto che va in frantumi, lei si è accorpata. C’è stato un accorpamento: io ci sono e distruggo l’opera.

Se questo progetto fosse andato a buon fine, tutto sommato ci sarebbe stata una celebrazione, magari bellissima, però lei era frantumata, alienata, soggetta e sospesa al desiderio dell’altro.

Un gesto che potrebbe definirsi deprecabile è stato buono a livello della cura.

Con questo segno di distruzione che è proprio simbolo della sua patologia, nel raccogliere i pezzi andati in frantumi leggiamo una continuità di un processo di cura che riguarda una sistemazione di se stessi nel mondo.

 

Essere schizofrenici vuol dire non esserci, non esserci su un piano della comunicazione verbale, vuol dire non avere una propria definizione del proprio corpo. Il proprio corpo può essere vissuto in una dimensione persecutoria come dicevo prima riguardo al male allo stomaco. Ci possono essere rappresentazioni immaginifiche dello stomaco o delle parti del corpo che parlano che non vengono concepite più come organi interni ma come delle forme estranee alla persona.

Altri tratti della schizofrenia sono le allucinazioni visive e uditive, una chiusura sempre più ermetica della persona e un comportamento ripetitivo come fumare 100 sigarette al giorno e ingurgitare caffè con modalità compulsive.

Tenete conto che la schizofrenia è degenerativa con perdita delle capacità cognitive e porta all’idiotismo; la diagnosi di schizofrenia ha dei parametri molto precisi, non è poi così frequente ed è distribuita ugualmente in tutte le latitudini.

L’elettroshock in Italia non viene utilizzato, in alcuni ospedali in Svizzera viene utilizzato per gli stati depressivi. Le modalità sono diverse da quelle di un tempo, sono utilizzate apparecchiature moderne con il consenso del soggetto e dei parenti.

La farmacologia ha fatto passi enormi, sono farmaci evoluti e precisi e fanno parte integrante del percorso riabilitativo perché il paziente agitato o delirante non è recettivo.

Un tempo si usavano le camicie di forza, ne parleremo quando tratteremo specificatamente delle psicosi. Foucault descrive il passaggio storico che trasforma le punizioni corporali in delle punizioni psicologiche scandite dalla disciplina. La disciplina degli orari che può arrivare ad alienare un soggetto con una scansione rigorosa dei tempi come Chaplin registra bene nel suo film “Tempi moderni “. C’è anche l’alienazione delle grandi istituzioni che sono il manicomio, il carcere, le caserme dove tutto è scandito. Da un lato non è tutto negativo; anche in molte comunità terapeutiche ci sono giornate scandite e il soggetto deve aderire ad un programma dove viene richiesta una continuità di frequentazione. Ma è sempre un tempo dell’altro e può produrre dei guasti. Anche la famiglia è un tempo dell’altro.

 

Volevo presentarvi un libro che si chiama “Bambini in guerra”.

Sono disegni di bambini soldato, di bambini croati, kossovari, palestinesi e di bambini italiani. Voi vedrete le differenze culturali e per l’interpretazione bisogna assolutamente tenere conto della loro cultura. È necessario tenere conto del contesto. La qualità del disegno dipende anche dal livello di istruzione, per cui in Africa il segno grafico di un adolescente è più infantile di quello di un coetaneo europeo; lo stesso vale per il bambino croato che ha vissuto la guerra. In Ghana curiosamente il disegno dei bambini non rivela la loro cultura, ma evidenzia un’omologazione culturale dovuta alla commercializzazione e alla diffusione di prodotti internazionali.

In genere un disegno ad esempio di un albero molto ricco di colori, di frutti, esteticamente armonioso è sempre legato ad un bambino ricco nello spirito, mentre se fate fare un disegno a un bambino un po’ ossessionato e triste vi farà dei disegni con colori molto bui, grigi e neri. La tristezza si delinea e traspare nel disegno.

Dott. Giovanni Castaldi